Vita in Montagna

Racconti, fotografie, salite e sogni di Stefania Lovera

Chi sono

La prima risposta, di getto, sarebbe: nessuno! Ed fondamentalente credo che non si discosti molto dal vero, ma lo scopo di questa pagina non è un po’ di sana autoironia e la rivalutazione del sé, bensì di raccontarvi qualcosa di una persona, concedetemelo, come voi, per chi fosse curioso di sapere un po’ di più di chi si cela dietro questi articoli, racconti, immagini…

Quando ero piccola mio padre iniziò a portarmi con lui in diverse passeggiate in montagna. Da quello che posso intuire oggi, la montagna doveva essere una sua passione prima che nascessi io, ereditata dal nonno, assieme al quale viene ritratto in numerose foto. Fortunatamente a me la montagna piacque fin da subito e così iniziammo a raggiungere dapprima qualche lago e qualche rifugio, poi sempre più su fino alle prime cime.

Negli anni della mia adolescenza la nostra famiglia è tormentata dai problemi lavorativi dei miei genitori, che tra lotte sindacali e resistenza non violenta, finiscono comunque per affrontare il fallimento della fabbrica in cui lavoravano entrambi, rimanendo disoccupati. Negli stessi anni mio padre si ammala di tumore per la prima volta. Tutte le forti tensioni di questo periodo finiscono per sfociare nel divorzio. Io vado a vivere con mio padre nella casetta di montagna inizialmente immaginata come luogo di vacanza, nella bassa Valle Stura di Demonte.

Ho da poco compiuto sedici anni e in quegli stessi mesi saliamo per la prima volta in cima a Rocca la Meja, la prima salita dal sapore un po’ alpinistico. E’ amore a prima vista. Tuttavia continuiamo a frequentare la montagna solo nei mesi estivi, fuori dalla routine estenuante della scuola, delle tante ore di studio e dei viaggi in autobus tra la valle e la città.

Purtroppo mio padre si ammala nuovamente, combatte il cancro con il sorriso sempre sul viso e riuscendo a celarmi la verità sulla sua salute fino all’ultimo, come a proteggere il più a lungo possibile la mia serenità. Nel maggio 2012 perde la sua battaglia contro la malattia. Manca poco più di un mese all’esame di maturità, che nonostante tutto riesco ad affrontare abbastanza brillantemente.

Nei mesi estivi frequento assiduamente la Alpi Marittime e in autunno mi iscrivo alla Facoltà di Storia all’Università di Torino. Ricomincia una routine ancora più pesante, tra i lunghi viaggi e le limitatissime disponibilità economiche mie e della mia famiglia. Decido di restare a vivere nella casa di montagna, nonostante tutto.

Nell’estate 2014, sempre più in crisi interiormente e con gli studi, parto per il Cammino di Santiago, ma tornata con ancora più dubbi e domande, dopo un inverno a cinghia tirata, nella primavera 2015 parto direttamente dalla porta di casa e dopo tre mesi di viaggio, sempre e solo a piedi, zaino in spalle, arrivo di nuovo a Compostela.

Al ritorno decido di provare a trasformare l’arte del lavoro a maglia, appreso dalla nonna paterna, in una fonte di sostentamento e arrivo ad acquistare addirittura una macchina da maglieria e creare così un piccolo laboratorio artigianale. Il tempo assorbito dal lavoro artigianale e da qualche altro lavoretto saltuario mi allontana gradualmente dagli studi, fino all’abbandono.

Tuttavia inizio a ritagliarmi qualche momento per riavvicinarmi alla montagna, che non ho mai smesso di frequentare e desiderare, ma sempre con grandi limiti. Inizio a arrampicare, mi iscrivo a un corso di alpinismo con le guide alpine e in breve è un susseguirsi di prime esperienze. Sento che ho trovato quello che stavo cercando, ma il lavoro artigianale mi offre troppo poco guadagno e mi preclude quasi sempre la possibilità di avere compagni di scalata.

A fine 2017 chiudo il laboratorio e inizio un nuovo lavoro da impiegata. Con uno stipendio fisso la vita cambia e riesco a permettermi, sempre nel mio piccolo, tante cose che prima potevo solo immaginare. Tra queste inizio anche a sciare, mi approccio all’arrampicata su ghiaccio e presto sono attratta dal mondo delle protezioni veloci.

All’alba nel massiccio del Monte Bianco, uno dei miei posti preferiti a cui spero sempre di tornare

La mia ecletticità, la curiosità e la tendenza a viaggiare volentieri mi spingono a cercare di frequentare l’ambiente montano durante tutto il corso dell’anno, nelle più diverse condizioni e attraverso diverse discipline. Il mio desiderio è diventare un’alpinista a 360° e spero che questa passione, che finalmente è riuscita a svilupparsi e ad essere coltivata, possa portarmi nei più suggestivi e selvaggi angoli delle Alpi. Sogni nel cassetto? Tanti! Non amo parlare in anticipo, piano piano spero di poterli raccontare tra le pagine virtuali di questo blog.

Nel 2019 sconvolgo nuovamente tutta la mia vita per dolorosi problemi personali: lascio il mio fidanzato e questa decisione mi comporterà di venir licenziata in tronco dalla ditta in cui entrambi lavoravamo. Così ritorno a navigare nella più grande precarietà, soprattutto lavorativa ed economica e i mesi successivi sono pesanti a causa degli strascichi della relazione interrotta. Fare alpinismo diventa una grande sfida quotidiana. Continuo a perseverare.

Nel settembre 2019 vengo scelta come una della quattro ambassador della community Donne di Montagna, in collaborazione con il Montura Store di Trento. Tramite dei contenuti multimediali, quali articoli, foto e video avrò la possibilità di ispirare e motivare altre ragazze e donne appassionate di montagna. Una bella responsabilità! La mia sensibilità al problema dell’emancipazione della donna nell’ambito alpinistico si è acuita negli ultimi anni. Che questa occasione non sia un caso?

Settembre 2019 è anche il momento in cui, a forza di non ritrovare un posto da impiegata, accetto un lavoro da operaia. Dopo 3 giorni di prova mi viene detto che per continuare devo iscrivermi ad una cooperativa. Passate le feste vengo nuovamente licenziata e vengo trasferita con un nuovo contratto in un’altra fabbrica. Qui per me inizia un vero e proprio calvario quotidiano. Dei tanti curriculum mandati, nei pochi colloqui ottenuti, vengo rifiutata e mi sento dare anche assurde motivazioni, tra cui il mio “vivere lontano dalla città”, in montagna… Ciò mi costringe a restare in fabbrica, dove il lavoro pesante mi sfibra e mi rende davvero difficile allenarmi dopo, e nei giorni liberi sono sempre molto stanca. Consumo scatole di antidolorifici e vari integratori. Guadagno una miseria e mi sento umiliata come persona. Amici e conoscenti sminuiscono la mia condizione.

Nel 2020 ci si mette pure il Covid e il primo lockdown non mi lascia più nulla nella vita se non entrare ed uscire dalla fabbrica. Crollo psicologicamente. Dopo un periodo di convalescenza sono costretta a riprendere i lavori in fabbrica, che poi riesco a interrompere per qualche mese. L’inizio del secondo lockdown segna l’ennesimo licenziamento. Finisco i sussidi di disoccupazione e mi viene respinta la prima richiesta di reddito di emergenza, a posteriori posso dire a causa della poca competenza del patronato a cui mi sono rivolta e di tutti coloro che si sono rifiutati di farmi un modello Isee, senza dirmi che potevo procurarmelo da sola tramite il sito dell’INPS. Compassione zero: ci dispiace signora. Inizialmente sono disperata. Poi ripenso a cosa poter fare e decido di ricominciare a lavorare a maglia e proporre online i miei lavori.

Nasce così il progetto Knit 4 a Dream, letteralmente “sferruzzare per un sogno”: il sogno di poter continuare a dedicarmi all’alpinismo e provare a cambiare la mia vita. Per ora è difficile immaginare come andranno le cose, ma continuo a lottare.

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