Negli ultimi mesi ho girato a basso regime, nuovamente impiccata dalle ristrettezze economiche con gli aumenti che non aiutano, evitando il più possibile di spostarmi da sola e di andare lontano; così ho arrampicato per lo più in falesia e nelle mie zone. Da un lato va bene così, perché allenarmi è ciò che volevo e non c’è per forza bisogno di andare lontano per migliorarsi, anche se variare fa bene. Per il cardio invece ho iniziato un briciolo più seriamente ad andare in bici, ma non aspettatevi che ne abbia comprata una. Ebbene no, con una vecchia mountain bike cortesemente concessami in prestito da Enrico, ho iniziato a fare un po’ di giri in zona, fino a ricalcare alcune classiche salite per le bici da corsa, come quella a Terme di Valdieri, ammetto anche con soddisfazione e con la speranza di salvarmi un po’ le ginocchia. Ho quasi smesso di preoccuparmi del mio eterno problema della mancanza di soci che mi tormenta ormai da tempo e rinuncio più a cuore leggero (o mi sono arresa e non cerco nemmeno più?), sapendo di poter ripiegare piuttosto su un po’ di allenamento a casa; non voglio obbligare né convincere nessuno a prendermi in simpatia e alla fine dei conti, se qui a Cuneo la maggior parte delle persone non vuole scalare con una ragazza penso… cavoli loro! Questo non rende me una persona più povera, peggiore, o non so cos’altro e non devo in nessun modo sentirmi obbligata ad accettare cose che non voglio fare solo per ottenere compagnia. Ovvio che mi spiace essere così indesiderata, ma non so proprio cosa farci. Io cerco solo di restare me stessa. Così le mie ore di scalata sono oggettivamente poche, per lo più con un’unica persona, ma cerco di accontentarmi e nonostante tutto sono arrivati anche dei nuovi piccoli risultati positivi e incoraggianti. E non ho intenzione di mollare, anche se la situazione è pesante, tanto che in falesia può capitare di incontrare dei ragazzi e che quasi non ti rivolgano la parola, mentre chiacchierano piacevolmente con il tuo socio. Inizio a realizzare a malincuore che vivere qui è limitante e osservo con malinconia donne che magari vivono a Chamonix o altrove, fare anche gran belle salite insieme, o comunque essere incluse da altri soci in scalate impegnative, un’opportunità che qui a Cuneo pare non esistere nemmeno in lontananza.

Nella prima metà di giugno, con condizioni anomale per la stagione, con Enrico valutiamo di tornare a fare qualcosa di alpinistico, anche in previsione di qualche occasione fortunata per realizzare qualche progetto estivo senza ritrovarsi magari al momento giusto senza essere minimamente acclimatati e in una forma accettabile. Fino all’ultimo non sapremo se potremo realizzare qualche salita insieme, perché far combaciare i pochissimi giorni a disposizione del socio con le condizioni esterne è sempre un’impresa, ma sarebbe comunque stupido farsi cogliere impreparati e i piani b, c, d… ci trovano sempre. Così tiriamo fuori dal cassetto una salita che Enrico vorrebbe fare da tempo, per cui in questo momento di scarsa ispirazione e basso desiderio provo un discreto interesse e mi mobilito: la traversata dal Col Bonney al Gran Paradiso, versione estesa della classica traversata Piccolo-Grande Paradiso; potrei chiamarla integrale, anche se leggendo vengo a conoscenza che esisterebbero modi di allungarla ulteriormente, aggiungendo altra crusca insomma… Ma per ora direi che possiamo accontentarci e studiare questa salita, che è una gran bella cavalcata che poche cordate percorrono.

Traversata integrale del Gran Paradiso, © planetmountain.com

Siccome nemmeno il mio socio ha il portafoglio pieno, organizziamo il tutto nel modo più economico possibile coi mezzi a nostra disposizione e faremo la salita in totale autonomia senza appoggiarci ai rifugi. Preparo un’insalata fredda di pasta e aspetto Enrico all’uscita dal lavoro, così ceniamo e partiamo subito dopo verso la Valle d’Aosta con il furgone, che nelle ultime settimane ho un po’ risistemato all’interno, non escludendo di volerci passare più tempo in futuro. Dormiamo poco lontano dal parcheggio da cui parte il sentiero per il rifugio Chabod, lungo il quale ci incamminiamo di buon passo la mattina seguente, godendo delle ore più fresche di queste giornate di caldo terribile. Unico sgarro dell’intero fine settimana sarà la coca cola che mi concederò al rifugio, pochi minuti di pausa prima di ripartire verso l’attacco della cresta.

Durante l’avvicinamento

Lasciato lo Chabod alle spalle ci ritroviamo ben presto da soli in un paesaggio quasi lunare, modellato dalle forze del ghiaccio e dell’acqua. Raggiungere il Col Bonney sarà una bella ravanata non esente da pericoli oggettivi, in quanto le condizioni sono terribilmente secche come fosse tarda stagione e il terreno è più che marcio: terroso, friabile, precario – vogliamo toglierci da qui il prima possibile. Per chi fosse interessato a ripetere questa salita, voglio informarvi che ad oggi il Bivacco Sberna, sul colle del Grand Neyron, è stato chiuso per motivi oggettivi di instabilità fisica ed è possibile che verrà rimosso; in ogni caso non si tratta di un motivazioni discutibili legate a virus o non virus, purtroppo è veramente pericoloso e potrebbe crollare; programmare la salita pensando di passarvi la notte all’interno, evitando magari di dover portare parte del materiale da bivacco, potrebbe riservare una brutta sorpresa. Noi, non potendoci permettere di far tardi la domenica pomeriggio, abbiamo pertanto deciso di non appoggiarci al rifugio Chabod con partenza per la cresta nel cuore della notte, e di avere con noi tutto il materiale per bivaccare la sera, proseguendo lungo la via fin che ci sarebbe parso opportuno. Così, superato il marcione e sbucati al Col Bonney, circondati da torri granitiche dell’aspetto un po’ decadente, iniziamo la nostra traversata in totale silenzio e solitudine. L’ambiente è isolato e selvaggio e si trovano pochissimi segni del passaggio umano, rarissimi segni di ramponi e qualche cordino laddove può essere utile calarsi o disarrampicare con più attenzione. Nel pomeriggio raggiungiamo la cima della Becca di Montandayné, dove poco a valle della vetta, sulla calotta nevosa, troviamo un affioramento di acqua sul ghiaccio, tanto alte sono le temperature; riempiamo ciò che abbiamo di vuoto per avere acqua da far bollire la sera senza sciogliere neve, risparmiando un po’ di gas e di tempo. Da qui ci aspettano due calate in corda doppia e poi un’altra tremenda ravanata su terreno instabile, improteggibile e ovviamente esposto. Decidiamo di fermarci pochi metri a monte del Colle di Montandayné e di non proseguire nonostante ci siano ancora alcune ore di luce, ma il pendio davanti a noi, ora su terreno misto (in condizioni normali dovrebbe essere tutto in neve) scarica dei bei bolidi e di giocare alla ruota della fortuna non abbiamo proprio voglia.

In cima alla Becca di Montandayné

Così iniziamo ad allestire il nostro bivacco, creando ex novo una piazzola riparata dal vento e che ci permetta di stendere un telo per non bagnare i sacchi a pelo con quelle due gocce che alcuni meteo segnano in serata, che poi non arriveranno. Utilizziamo gli stessi sacchi a pelo leggeri che utilizzammo durante la traversata integrale della serra dell’Argentera, nelle nostre Alpi Marittime, allora come oggi in giorni caratterizzati da un’ondata di caldo anomalo; se inizialmente ho temuto di avere freddo, presto mi devo ricredere. La nostra cena prevede un menù già più volte collaudato sui giri di due giorni: un affettato, cappelletti in brodo, facili e veloci da cucinare nel jetboil senza imbrattarlo come con le zuppe liofilizzate, al tempo stesso tutto molto economico, a differenza dei pasti liofilizzati specifici per le attività all’aria aperta, che possono arrivare a costare anche più di 7€ a porzione. Infine una tisana abbondante, unita a qualche biscotto integrale, che mangeremo anche la mattina dopo a colazione con il té. Per il primo giorno ci siamo concessi un piccolo panino a testa, con pane integrale e farcito con un affettato e formaggio, mentre per il resto della traversata avevamo qualche gel, qualche barretta, e sali minerali. Il tutto ci è bastato per arrivare giù a valle solo stracotti dal caldo e non certo per la fame, e in furgone avevamo bibite fresche (la vecchia borsa frigo rigida dei miei fa ancora il suo dovere!), frutta e altre cose da mangiare.

La mattina del secondo giorno come prima cosa dobbiamo disarrampicare un salto di rocce un po’ antipatico per raggiungere il colle e indossare i ramponi. Saliamo velocemente il pendio su terreno misto, ora immobile e silenzioso, e raggiungiamo la base di primo torrione roccioso; qui inizia una parte prevalentemente su roccia, che attraversa le punte Vaccarone, Farrar e Frassy, tra facile arrampicata, calate, e più intrigante terreno misto.

Secondo giorno, sulla traversata classica Piccolo-Gran Paradiso

Dopo questa sezione un po’ più laboriosa ma su roccia migliore confronto al giorno precedente, avvantaggiati dal fatto che in passato Enrico ha già percorso questo tratto, arriviamo su neve e guadagniamo terreno velocemente, passando per il colle e poi per la cima del Piccolo Paradiso. Ben presto inizia a prevalere il ghiaccio vivo, a tratti celato sotto un sottile strato di neve, e dobbiamo progredire con attenzione e precisione; ci scambiamo poche parole per assicurarci di sentirci entrambi sicuri nella progressione, e andiamo avanti a corda tesa, passando ancora qualche tratto su misto, rabbrividendo nell’evitare una vecchia traccia che passa sull’orlo di una cornice fratturata ed infine arrampicando un ultimo torrione. Per un tratto di cresta per lo più pianeggiante, facile e divertente, raggiungiamo la madonnina del Gran Paradiso, superando gli ultimi metri per la recente breve ferrata allestita per evitare gli ingorghi di persone provenienti dalla via normale. Ci ritroviamo da soli in vetta, mentre tutte le altre cordate hanno appena iniziato la discesa… che fortuna!

In vetta

Per evitare alcuni crepacci lungo la traccia di ritorno verso il rifugio Chabod, che con questo caldo potrebbero essere problematici, decidiamo di scendere verso il Vittorio Emanuele; già dopo poco affiora ghiaccio vivo e molta acqua ruscella in superficie – condizioni allucinanti per il periodo – e il caldo si fa opprimente, tanto che avere la corda addosso dà un senso di soffocamento. Allunghiamo il più possibile il passo, finché qualche nuvola e un po’ di vento arrivano a mitigare la situazione. Si apre davanti a noi uno scenario irriconoscibile: tutta l’ultima parte di ghiacciaio è ormai completamente scoperta ed è un enorme pendio in ghiaccio vivo solcato da ruscelli… Non riesco a fare il paragone con le condizioni della mia prima salita, non molti anni fa, il mio primo 4000 subito dopo il corso di alpinismo. Lasciato il ghiacciaio alle spalle scendiamo il vallone lungo una dorsale di placche montonate scolpite dall’acqua, giù veloci, verso il rifugio, dove ci fermiamo a far prendere aria ai piedi, mentre quasi ci sentiamo fuori posto circondati da tavolate piene di gente che mangia, beve e festeggia, gente con zaini enormi e il cambio completo, gente che quando ci vede con friend e rinvii ci fa strane domande, gente che a guardare da fuori sembra non avere nessuna preoccupazione nello spendere soldi, sembrano così spensierati… Ricordo quando anche io scendendo di qua anni fa, entrai a ordinare un succulento piatto di polenta senza nemmeno pensarci su. Nel frattempo tutto è cambiato così tanto – la mia testa, il mio corpo – che resto indifferente a quei bei piatti colorati e profumati, e ripreso il sentiero di tanto in tanto fantastico su cosa c’è di buono giù in furgo – e va bene così; un po’ come quando vado a fare la spesa e ignoro la maggior parte dei prodotti sugli scaffali e ci sono talmente abituata che non è nemmeno un peso. Tutto è cambiato tant’é che le distanze mi sembrano più corte – il ghiacciaio, il vallone, il sentiero – ho solo male ai piedi e il sole mi ha bruciato il dorso delle mani, ma come prima di stagione mica ci possiamo lamentare, anzi, ci voleva proprio, per risvegliare un po’ di sogni sopiti… Sogni che ricominciano ad agitarmi il cuore, e chissà come andrà il futuro imperscrutabile. Nulla è certo, nulla è scontato, le nostre vite non sono facili, ma basta davvero poco a tener vive le più belle speranze. Nel dubbio… continuiamo ad allenarci!

Le foto della salita