Salendo per la Val Varaita le temperature non sono quelle che le previsioni ci hanno fatto sperare, la bella cascata se ne sta lassù, esilissima, sotto indagine del binocolo. Sarebbe stato un bel colpo farne l’unica salita della stagione, al tempo stesso facilmente l’ultima. Effimera come un’illusione che fa accelerare i battiti del cuore. E’ primavera da un giorno, e si sente; la fine di un inverno che di inverno ha avuto poco, secco troppo secco e caldo troppo caldo. Proseguiamo alla volta di un posto noto, una gola fredda dove possiamo ancora salire qualche linea di ghiaccio in condizioni migliori, ma che non significa esattamente ottimali. Mi tolgo tuttavia uno sfizio di una linea che seppur vicino a casa, non avevo mai salito perché finalmente sono capace di chiodarla in modo decente, di fare tutto in un altro modo, con un’altra convinzione, con un’altra testa. E’ stato un inverno che mi ha cambiato la vita, anche se non ha portato al risultato finale sperato, per cui era ancora tutto troppo acerbo. Si possono fare dei miracoli, ma forse grandi solo fino ad un certo punto, diversamente c’è bisogno di più tempo che un pugno di mesi, di un inverno appunto.

Finalmente ho potuto intraprendere il mio percorso di miglioramento tecnico sullo sci, rimandato per ben due anni prima per ristrettezze economiche e poi per le restrizioni dovute al covid. Ricordo bene il giorno in cui un amico mi diede uno scossone, dicendomi che il tempo passa e che non sono più così giovane (!!!), che avrei dovuto iniziare subito a fare un tentativo al mio grande sogno. Dovevo iniziare a sciare, e subito. Inizialmente non sapevo come fare perché era nemmeno novembre e naturalmente in Piemonte non c’era nessun posto dove vi fosse neve. L’unica possibilità era di andare in Valle d’Aosta non appena fossero stati aperti gli impianti. Mi informai ma per me sola tuttavia rimaneva troppo costoso e non avrei potuto permettermi molti viaggi e molte lezioni. Osai parlare al fidanzato di un’amica, che sapevo voler intraprendere lo stesso percorso e necessitare a sua volta di lavorare sullo sci. Da lì a poco andammo una prima volta a Cervinia e trovammo anche un maestro di sci disposto a darci lezioni, grazie all’aiuto di un passaparola. Inizialmente intimorita dalla bravura in montagna e dal curriculum di Pietro, mi vergognavo anche solo a scrivergli; scoprii invece una gran bella persona molto gentile, profonda anche spiritualmente e poco a poco smisi di sentirmi a disagio. Per me, abituata a sentirmi esclusa, a non sentirmi mai all’altezza di nulla, timorosa di essere giudicata male e inadeguata era bellissimo sentirmi accettata e vedermi dare delle occasioni. E provo molta gratitudine per tutte le esperienze e le giornate che ho potuto condividere, che in breve tempo mi hanno profondamente cambiata. In quei mesi avevo molto lavoro e non era facile staccare diversi giorni per andare a sciare in Valle d’Aosta, dove cercavamo di restare più giorni dormendo o in furgone o in qualche stanza più economica possibile. Ma non volevo rinunciare per nessun motivo, anche se poi i sacrifici da fare gli altri giorni erano spessi. Quando ero là e prendevo la funivia, per poco dopo posare gli sci sulla neve per il primo giro di riscaldamento mi sentivo il cuore vibrare di gioia e mi sentivo al mio posto, mi sentivo al posto giusto a fare finalmente la cosa giusta. Dopo anni di rinunce per me era una cosa grande. Con l’arrivo della prima poca neve anche in Piemonte, continuammo a prendere altre lezioni più vicino a casa, facendo nuove conoscenze e ricevendo nuovi stimoli. Nel giro di qualche mese non ero più riconoscibile sugli sci, per quanto rimanga molto da imparare e soprattutto da trasferire fuori pista, anche a causa della stagione estremamente siccitosa che ha reso non praticabili la maggior parte degli itinerari sulle nostre montagne.

Oltre a sciare dovevo anche dedicarmi all’arrampicata su ghiaccio e misto. Dire “dovevo” mi fa sorridere, perché quando si parla di montagna e arrampicata per me non esiste il senso di dovere né quello di sacrificio, perché amo profondamente queste cose e anzi, vorrei avere la fortuna di poter praticare molto di più e fare più progressi, o farli almeno a un ritmo diverso. Ma negli anni in tante situazioni ho acquisito la capacità di avere pazienza senza smettere di credere nelle cose, un credere a volte che da fuori potrebbe sembrare quasi disperato. A volte ho dei momenti molto bui, ma dopo un po’ continuo a tenere duro anche se a volte può essere davvero doloroso e frustrante se si pensa a chi nella vita invece ha la strada spianata e raccoglie tanti sì. Fatto sta che a metà novembre una caduta sugli sci mi causa un problema a un braccio che mi trascinerò per un po’. Il dolore è problematico soprattutto se provo ad arrampicare su prese in palestra o ad utilizzare un trave, inizialmente non posso nemmeno fare trazioni o esercizi simili. Naturalmente la situazione mi preoccupa. Dopo un po’ riesco finalmente ad arrampicare con le piccozze senza avere peggioramenti sul braccio. E’ tempo di salire più cascate possibile, ma soprattutto di cercare di scalare su difficoltà maggiori. Mi sembra di aver perso in capacità e resistenza dalla scorsa stagione, mentre invece ritrovo più facilmente la confidenza con la materia. Riesco a fare anche qualche bella salita, anche se qualcuna non ancora alla perfezione. Realizzo in modo del tutto inaspettato un grande sogno nel cassetto: salire Repentance Super in Valnontey, Cogne. Dopo anni passati a desiderare di poter andare ad arrampicare a Cogne, riesco ad andarci più volte nel giro di poco.

Ma resta un grande scoglio da affrontare, cioè il dry tooling. Ho iniziato a praticarlo solo l’anno scorso e con risultati devastanti. Mi ha causato forte ansia perché non riuscendomi lo vedevo come un ostacolo insormontabile sul mio percorso. Mi ha causato grandi pianti, rabbia e delusione. Dopo le giornate di sci a Cervinia con Pietro, qualche volta andiamo alla vicina falesia di Perreres a fare qualche tiro dry. Inizialmente le sensazioni non erano ancora buone. Vicino a casa invece avevo modo di andare a praticare qualche volta a Borgo San Dalmazzo o alle Grotte del Bandito. Insistendo inizialmente a provare dei tiri facili che tuttavia mi sembravano durissimi, improvvisamente si smuove qualcosa nella mia testa. Inizialmente ho fatto dry solo con Enrico, unica persona che conoscevo che lo praticasse e che mi ha aiutata a iniziare montandomi i tiri e facendomi scalare da seconda, purtroppo comunque con scarso successo. Provavo sensazioni orrende e non mi era mai capitato prima! Iniziare ad andare con altre persone, di cui probabilmente nella mia testa temevo maggiormente il giudizio, qualcosa si è sbloccato e in qualche misterioso modo ho fatto il passo decisivo fuori dalla mia zona di confort. Sapevo che le persone non si aspettavano che io scalassi da seconda, me ne vergognavo e quindi per il terrore di fare brutta figura ho iniziato a salire da prima anche su tiri che avevo paura di fare. Forse anche l’iscrivermi concretamente ad un esame mi ha aiutato, perché paradossalmente mi sentivo con le spalle al muro. E avendo davvero sempre tanta paura di fare brutta figura, essere derisa, disprezzata… Ho potuto utilizzare a mio vantaggio uno dei tratti peggiori del mio carattere! Improvvisamente sono passata da non aver mai chiuso un tiro a chiudere i tiri facili, D4, D5… e poi il primo D6, il primo D6+, il primo D7 e il primo D7+, tutto nel giro di pochissimo. Recentemente ho iniziato a cimentarmi sul D8. E cosa più importante di qualsiasi grado, il dry ha iniziato finalmente a piacermi, anzi: appassionarmi! Tant’è che da temerlo, ora ho persino dei progetti! Non vedo l’ora di poter continuare a praticare e spero migliorare, non è facile per il fatto che nessuno pratica qui da me, ma lo vorrei fortemente e soprattutto vorrei trasportare tutte le nuove esperienze nel mio ambiente prediletto, cioè in montagna e si spera anche in alta montagna.

Tutti i miei piccoli progressi non sono stati sufficienti per il superamento dell’esame, ma il fallimento non mi ha fatto cambiare idea riguardo al mio sogno, anzi, sono ancora più determinata a inseguirlo. Restano indelebili le sensazioni dei giorni delle prove, inaspettatamente essere così felice, più felice che agitata. Di nuovo quella sensazione di essere al posto giusto a fare la cosa giusta e immaginare con entusiasmo come sarebbe poter passare molte più giornate così. Per la prima volta anche circondata da soli ragazzi ma senza sentirmi giudicata negativamente, ma bensì ben accolta. Forse per la prima volta in tanti anni ero così felice perché vedevo davanti a me perlomeno l’opportunità per cambiare vita. Vorrei davvero poterla cambiare la mia vita… Sono preoccupata per tante cose perché il mondo non gira bene e si potrebbero elencare molte cose in questo senso, ma non sto scrivendo per questo, nonostante ogni giorno sia più difficile immaginare un futuro. Perché continuo a pensare che ce lo stiano rubando, il futuro. Vorrei poter pensare solo al mio percorso. Preoccuparmi di come fare ad allenarmi, di come fare a fare salite più impegnative, con chi condividere tutto questo… Ma non è facile per me.

Penso che il miglioramento tecnico in ciò che amo fare sia stato comunque un grande investimento e suggerirei a chiunque ami queste attività di perseguirlo con il cuore, di non cercare escamotages per arrivare in modo apparentemente più facile ai propri obbiettivi. Cuore, pazienza e dedizione. Pian piano vi ripagherà. Il miglioramento tecnico non fa rumore, non porta il nome di qualche bella salita, è antitetico agli schemi della società dei social media perché non si fa vedere, non si rende pubblico, non acchiappa like. Eppure può cambiare il nostro modo di fare e di vivere le cose. Più di tutto sono pentita di non aver preso lezioni di sci l’anno che iniziai; lavoravo, ne avevo l’opportunità, ma mi lasciai influenzare dagli atteggiamenti sbagliati di chi mi stava vicino, che mi diceva che potevo anche imparare solo così. Mi viene da pensare, perché? Perché imparare come viene viene, senza alcuna nozione, senza cura? Così sarei rimasta sempre mediocre? Le scuse per non impegnarsi si trovano sempre a milioni, per non spendere, per non investire, per non fare sacrifici ed è davvero facile lasciarsi influenzare dall’ambiente in cui si è immersi, dalle persone più vicine, soprattutto se si è passata una vita a sentirsi dire di essere sbagliati. A volte la paura di non essere amati e accettati ci fa fare degli errori madornali. Diffidate sempre di chi dice di amarvi ma non si compiace della vostra fioritura. Attenzione a chi cerca di manipolarvi, anche se è difficilissimo rendersene conto talvolta. Se sentite una voce dentro seguitela, seguitela subito, il prima possibile, non fatevi distogliere da genitori, fidanzati, fidanzate… mica volte fare i serial killer nella vita. Se trovate una vocazione nel vostro cuore, perseguitela. Io mi sono chiesta molte volte se i miei propositi, i miei desideri, i miei progetti di vita potessero nuocere al prossimo. Credo che siano perlopiù innocui. Perché allora le persone che dicono di amarci spesso ci osteggiano, ci ostacolano, ci limitano? Me lo sono chiesto anche questo, molte volte davvero. Spesso diciamo, o ci sentiamo dire: “Mi fai stare male” o “Quello che fai mi fa stare male”. Credo che tutta questa sofferenza sia dovuta a un continuo errore (che anche io faccio spesso, sia ben chiaro) nel punto di vista: crediamo che sia l’altro a farci stare male, ma siamo noi che stiamo male, o meglio che non siamo in grado di reagire se non stando male, ma per abitudine culturale preferiamo trovare un capro espiatorio e scaricare le colpe di tutto sull’altro. Siamo immersi in una società basata sull’individuo ma siamo spesso incapaci di dialogare con noi stessi sul serio! Da qui si può cambiare tutto il lessico con cui ci interfacciamo con le altre persone, invece di andare in giro vomitando rabbia, invidia, rancore e chi più ne ha più ne metta. Io ne sto trovando giovamento e conforto, onestamente. Poi soffro, certo che soffro, sennò forse al posto di cercare di fare l’alpinista potrei fare il guru spirituale… Però credo che si possano fare degli sforzi comunicativi per viversela meglio. Solo che, come nella scalata, questo può richiedere di uscire dalla propria confort zone se si vogliono cambiare le cose… E non sempre siamo disposti a farlo, altri di più, altri per niente… Per me il problema è trovarmi talvolta obbligata a relazionarmi con persone che non sono disposte per niente e tentare un compromesso. Mi sono sentita dire cose che mi hanno fracassato il cuore e fatto vacillare la mente, forse proprio perché venivano da troppo vicino. Cose che mi hanno creato dei problemi, che non sono stata in grado di smaltire con facilità. E pensare che, come tutti, vorrei solo essere amata per quello che sono e cercare per quanto possibile di inseguire quell’idea sfuggente chiamata felicità

Continuare a provarci è il progetto principale per questo 2022.

Scendendo dall’Enchastraye, una delle poche sciate della stagione sulle montagne di casa