L’anno scorso smisi di raccontare delle mie salite dopo la Via degli Svizzeri al Grand Capucin. Perdere la funivia quel pomeriggio fu un po’ un casino perché ci costrinse a tornare giù l’indomani mattina, ma io lo stesso indomani pomeriggio avrei dovuto ripartire per tornare su in valle con un altro socio, col fidato Enrico. Campionati di logistica. Dopo mesi a girarsi i pollici e guardar piovere tutto è esploso di colpo tra le mille voglie causate da una settimana di alta pressione, tant’è che decidere il da farsi ha richiesto un po’ di dibattito. Ci ritroviamo a vagliare diverse possibilità con una precisione calcolatrice spietata, valutando ogni dettaglio che potrebbe causare imprevisti o peggio ancora una ritirata. Così alla fine, quando meno lo speravo, si decide per la Noire. L’Aiguille Noire de Peuterey! Proprio lei, bellissima, elegante, slanciata, mi incantò dalla prima volta che la vidi; mi attirava più della placida calotta bianca di neve del Bianco. Sempre in occasione del primo corso di alpinismo, in quell’ultima uscita in cui andammo su al Rifugio Torino, durante la salita in funivia ero attratta da lei lì in primo piano, ne chiesi il nome ad Andrea, se si potesse salire, da dove… Se mi innamorassi delle persone come mi innamoro delle montagne saremmo davvero mal messi. Ma siccome l’essere umano del bello non è mai sazio, mi sento libera di innamorarmi e sospirare sulle più belle montagne che si affacciano ai miei occhi sempre pronti a stupirsi. Ringraziando il cielo la Noire oscurò almeno al momento tutto quel meraviglioso mondo che esiste poco più in là, nel cuore del versante sud del massiccio, dove si slanciano verso il cielo dei superbi pilastri di protogino rosso… Peccato che poi poco a poco uno spirito curioso ci arriva e inizia a gonfiare la sua lista di sogni nel cassetto tant’è che adesso, se ho la fortuna di salire lungo la strada che porta a Courmayeur, l’occhio mi cade proprio là in mezzo. Non ero a conoscenza delle altre vie che raggiungono la vetta della Noire, e meno ancora di quello che tuttora rappresenta uno dei miei grandi sogni alpinistici… ovvero l’integrale… allora sì che il panettone bianco lassù diventa attrattivo come non mai! Ecco, scrivendo questa frase mi è venuta in mente una motivazione per mettermi a correre o andare in bici, se il caro carburanti non fosse stato già più che sufficiente… di questo passo ci ritroveremo a salire al Bianco partendo in bici da Cuneo.

Con il tempo ragionai sul fatto che percorrere la cresta sud della Noire potesse essere un bellissimo primo passo sia per coronare quel colpo di fulmine di quel giorno di anni fa, sia per mettere in cantiere l’idea dell’integrale, iniziando a conoscerne la prima parte. Desideravo compiere questa salita già nel 2020, ma successero un po’ le solite cose che succedono nella mia vita e quindi non se ne fece niente. Finalmente nel 2021 vengo eletta a persona degna di fare un ragionevole tentativo e si parte. Tuttavia c’è una cosa che mi lascia in bocca un retrogusto amaro: non ho lo stesso identico entusiasmo che avevo nel 2020… perché? Perché quella salita era così importante per me in quel momento, cosa significava? Tantissimo.

Lavoravo in posto che mi faceva stare male, star male forte, dall’inizio dell’anno. Male nello spirito, male nel corpo. Tutti i giorni andavo a lavorare pensando alla Noire. Quando faticavo pensavo tutto allenamento, quando tornavo a casa stanca trovavo la forza di uscire a fare una corsetta, una pellata o arrampicare e quando mi sentivo venir meno pensavo alla Noire: mi dava l’energia per continuare… Abusavo di antidolorifici. Forse era quasi un’ossessione, ma buona, perché mi permetteva di andare avanti tutti i fottuti giorni. Mi faceva passare oltre l’amarezza, il senso di incomprensione, di solitudine, l’alienazione… io sapevo che avrei sopportato e che poi mi sarei allontanata almeno per qualche tempo da quel lavoro e allora avrei coronato quel sogno, perché lo sentivo assolutamente possibile, alla portata. Lo so che tutto può sembrare stupido, mica è l’Everest, mica è una via di alta difficoltà… ma per me era una luce di speranza. Ci tenevo tanto, tantissimo a fare la salita quell’estate e dopo il lockdown avevo ancora più bisogno di una cosa così bella… una delle più belle creste delle Alpi… Sentirmi dire di no, girarci attorno e poi no, poi forse quando la stagione era praticamente finita, poi il no definitivo messo giù con le prime nevicate mi spense qualcosa dentro il cuore. Sarò fatta male, che vi devo dire. Ne feci quasi una malattia, forse anche complice l’anno davvero duro e difficile. Poco dopo non trovai altra soluzione che tornare in quella fabbrica, a fare quel lavoro, a stare male. Che botta al morale. Iniziai a rimuginare nei miei silenzi. Nel 2020 ci sono stati diversi attimi di quelli che ti rompono qualcosa dentro e dopo non torni esattamente uguale a prima, non so se avete presente la sensazione… Tutte le volte mi ritrovo sul divano lì da sola con me stessa a guardare il soffitto, schiacciata come da un peso che mi impedisce di alzarmi, che mi spezza il respiro. Tutte le volte riesco a trovare in me qualcosa che mi fa rialzare da quel maledetto divano. Ma non è mai una cosa che mi ha delusa in precedenza. Quindi la Noire non poteva più farmi sopportare il quotidiano grigio, perlomeno non come prima. A farmi uscire dalla fabbrica ci ha pensato il secondo lockdown…

La cresta sud della Noire resta comunque una delle salite più belle che ho potuto fare nel 2021 e una delle più belle di sempre. Dalla vetta, guardare verso il Bianco mi ha fatto vacillare, saper di dover scendere e non poter continuare… C’era tutta una malinconia lì in uno sguardo fugace. Ti ritrovi lassù e i sogni si trasformano quasi in una beffa, esauriti, evaporano dalle tue mani, le stesse mani che ti hanno permesso di realizzarli, ti lasciano da solo con la rogna di dover tornare a casa. Infatti bisogna scendere, e anche abbastanza alla veloce perché la sera sarebbe arrivato un temporale. Non c’è tempo per pensare più di tanto perché la discesa è eterna, tra doppie e lunghi tratti in conserva, ci porta via tutto il pomeriggio, per poi vederci raspare a destra e a manca col calar della sera in cerca dell’ultima doppia, accompagnati dai primi borbottii e luci di lampi ancora lontane nel cielo. A passo sostenuto, quasi di corsa, giù per la morena. Dopo un calo di zuccheri allucinante, da capogiro, ho ritrovato una strana vitalità e non vedo l’ora di arrivare al bivacco, perché chiaro é che scendere a valle per una ferrata col temporale in arrivo è una pessima idea. Temporale che esplode violentissimo pochi minuti dopo che abbiamo posato gli zaini sotto la tettoia, come se ci avesse aspettato; per non disturbare qualcuno che dorme ci rifugiamo nello stanzino separato dove c’è una vecchia cucina e seduti in terra raschiamo con le unghie l’ultimo lardo via dalla carta oleata, ridendo e scherzando come fossimo ebbri. Quelle classiche sere in cui non hai ancora realizzato bene cosa sia successo durante il giorno, ed è tutto così bello, tutte le cose brutte così lontane, giù a valle, lontane lontane…

La cresta sud dell’Aiguille Noire de Peuterey

La nostra salita – Abbiamo organizzato la salita a ridosso di due giorni, venendo a dormire nel fondovalle in furgone la sera della vigilia della partenza, partendo da Cuneo dopo lavoro e arrivando a destinazione poco prima di mezzanotte. Giusto il tempo di dormire una manciata di ore per poi intraprendere l’avvicinamento, sul quale riusciamo a impiegare meno tempo del previsto, bevendo il più possibile grazie alla molta acqua presente lungo il sentiero e sapendo di doverla centellinare poi durante la salita. Attacchiamo nella prima parte della mattinata la nostra via e nell’arco della giornata arriviamo fino in cima alla punta Brendel, dove sono presenti ottime piazzole da bivacco e una piccola “fonte” di acqua data dallo scioglimento di un piccolo nevaio. Dopo una giornata soleggiata in completa solitudine, passiamo una notte stupenda e confortevole vista versante sud del Bianco, ottimo punto di vista sul Pilastro Rosso, l’Innominata, Pilone Centrale… Dico confortevole perché la piazzola è in terra battuta e sabbiolina e non mi sono portata nemmeno il materassino, solo sacco a pelo e sacco da bivacco e ho dormito senza problemi. Abbiamo il jetboil per prepararci un pasto e una bevanda calda. Il secondo giorno ripartiamo poco prima dell’arrivo del sole, fa più freddo della sera precedente e la bollita alle mani è garantita. Partiamo subito con una calata e poi approcciamo il tratto chiave della salita, la Punta Ottoz, dove perdiamo un po’ di tempo per un problema con la corda e con il vento che ci impedisce di sentirci. Su carta non sembra mancare molto, ma ci vorrà ancora un po’ per raggiungere la vetta e la discesa è molto laboriosa. Col temporale in arrivo l’unica opzione per noi è passare una notte al bivacco Borelli e scendere la ferrata con calma l’indomani mattina dopo una dormita a dir poco epica. A Courmayeur ci aspetta un pranzetto soddisfacente con una fantastica pizza gigante alla pizzeria La Boite. Peccato non potersi fermare di più: passato il pomeriggio a riposare la voglia di ripartire per una nuova salita non mancherebbe… ma tocca far ritorno… L’andamento della stagione e la difficoltà nel riuscire a formare la cordata giusta al momento giusto non ci faranno altri regali…

Scrivetemi se volete info di carattere tecnico, spero di potervi aiutare.

Ed oggi, come se il covid non fosse bastato, con una guerra quasi in casa si fa veramente fatica e continuare a sognare quelle salite…

Qualche foto della salita