Da quando partecipai al mio primo corso di alpinismo, la cui ultima uscita si svolse nei dintorni del Rifugio Torino, fui affascinata dalla possibilità di scalare sul famoso granito dei Satelliti. Inizialmente non ne avevo per certo le capacità tecniche e avrei potuto al massimo salire da seconda al seguito di una guida. Poi cominciai a proporre qualche salita che non fosse troppo difficile a coloro che facevano cordata con me, ma per lungo tempo senza successo o nel trovare un socio fidato oppure per ostacoli nell’organizzazione, tra meteo cattivo e impegni o difficoltà delle persone o mie. L’idea di percorrere dapprima vie più facili doveva preparare la possibilità di salirne qualcuna più impegnativa e la Via degli Svizzeri al Grand Capucin, nonostante sia la via più facile per raggiungere la sommità dell’emblematico obelisco, rappresentava la meta ideale da raggiungere. Non so dire se sarei stata matura per questa salita se l’occasione si fosse presentata prima; quel che so per certo è che nell’attesa qualche utile esperienza l’ho fatta, pur non riuscendo mai a venire a scalare quassù. Un sogno ancora più interessante sembrava profilarsi all’orizzonte quando quest’inverno mi ritrovai a parlare di questa via con un’altra ragazza; così, come mia abitudine, rimasi come “in parola” e non parlai più di questa salita con nessun altro, sperando di poterla compiere in cordata femminile. Tuttavia il tempo è passato, diverse occasioni per andare sono sfumate, vuoi la lontananza, vuoi situazioni personali o interessi al momento divergenti, e complice una stagione avara di soddisfazioni, mi sono ritrovata molto amareggiata; mi sono ritrovata faccia a faccia con certe ombracce che ti mangiano l’anima – chi ci è passato sa di che parlo. Quest’anno poi tutto mi fa più male: ho fatto delle scelte che mi hanno richiesto grandissimo sacrificio economico per avere il bene più prezioso – il tempo – e mi sono riempita di determinazione e obbiettivi precisi, ma mi sono ritrovata perennemente senza soci, spesso nemmeno per un po’ di falesia, figuriamoci per i progetti veri e propri. Ho preso tanti pacchi quanti mai in tutta una vita. Mi sono sentita esclusa, non voluta. Ho sentito impossibile il mio cammino di speranza e lì sono crollata, perché lo devo ad un’idea se ho sopportato le batoste degli ultimi anni. Già gli ostacoli sono tanti. Senza qualcosa in cui credere, in cui sperare, qualcosa per cui lottare, che mi resta? La mera sopravvivenza? Il buio.

Avevo bisogno di qualcosa di bello. Provo a proporre la Svizzeri a qualcun altro, pur col peso sul cuore per tale decisione. E’ metà agosto. Sento Roberto, con cui non scalo da tantissimo, forse quasi un anno. Anche per lui questa via è un sogno, forse è l’unico che sarebbe venuto con me ai Satelliti già tanto tempo fa. Nel frattempo anche lui ha raccolto altre esperienze. In breve ci troviamo ad organizzare, complice una tanto attesa alta pressione che non si era ancora vista così in tutta l’estate. Ci troviamo davanti ad un piatto di pasta condito alla misera a casa mia, pronti per caricare il furgone, passare a salutare Enrico e scroccargli un caffè, poi partire finalmente verso la Valle d’Aosta. Nell’aria aleggia l’ipotesi di un’altra salita proprio con Enrico nei giorni successivi, come se la stagione dovesse esplodere per me tutta di un colpo. Sono incredula e mi batte forte il cuore. A Courmayeur realizziamo di non avere la tenda, ma non c’è tempo per rimediare, rischiamo di perdere la funivia. Corriamo su per la strada, lo zaino pesante, la mascherina che fa soffocare. La cabina che prende velocità, ancora il fiatone – però ci siamo, non mi sembra vero. Riusciamo ad ottenere due letti nei locali del vecchio Rifugio Torino, separato dal nuovo da una vertiginosa scalinata che l’indomani ci darà il buongiorno; cuciniamo il nostro cibo e separiamo l’attrezzatura che servirà da tutto ciò che invece lasceremo qui. Ci prepariamo per una notte tranquilla e confortevole.

Prima dell’alba siamo sul ghiacciaio, che scorre veloce sotto le punte dei ramponi complice l’ottimo rigelo. Quasi dobbiamo rallentare il passo, forse sostenuto dal nostro entusiasmo, sennò arriveremo all’attacco senza vedere nulla; inoltre siamo i primi, cosa che ci conforta molto. Ma giunti alla base della parete poco a poco iniziano ad arrivare altre cordate. Noi ci prepariamo e attacchiamo i tiri dello zoccolo per evitare il canale nevoso, la cui terminale ci sembra poco convincente. Parte Roberto. La pressione si sente forte e non faccio in tempo a calzare le scarpette per il primo tiro, che mi tocca affrontare con gli scarponi e mani gelate – ed è subito bollita. Nonostante non riesca ad essere una scheggia sui primi metri e debba cambiare le scarpe alla prima sosta, gli spazi vitali si definiscono. Riparto subito da prima sulla lunghezza successiva e poi ci alterniamo velocemente, seguiti da vicino solo da una cordata di tedeschi che salirà O sole mio. Giunti agli attacchi veri e propri delle relative vie, ci salutiamo amichevolmente. Proprio ora pensiamo che di questo passo non ci saranno problemi, ma ecco che dal canale iniziano ad apparire cordate con guide francesi in testa, che trascinano su i clienti quasi di peso e iniziano a passarci di qua e di là forti della perfetta conoscenza della parete. Dopo un tiro ci ritroviamo un tappo in sosta e tre o quattro cordate davanti, a cui se ne aggiungerà un’altra al tiro successivo, che ci supererà sfruttando qualche variante esistente o inventata. Cosa dire? Vuoi arrabbiarti? Ci sentiamo un po’ calpestati, sinceramente, ma non possiamo farci nulla, perlomeno l’educazione ce lo impedisce. Tentiamo di ripartire subito al seguito dell’ultima cordata guida-cliente, ma veniamo redarguiti e invitati a stare a distanza. Nonostante io sia pienamente “pro guide” sono avvilita e innervosita. Sento di avere meno diritto di altri ad essere qui, anche se ce lo stiamo guadagnando tiro dopo tiro con dignità e dopo averlo a lungo desiderato e preparato. I tempi trascorsi in sosta si dilatano terribilmente e ci vorrà un po’ prima che tutte le cordate si distribuiscano sulla via. Proseguiamo anche se la serenità completa è ormai utopia, perché altri ci seguono e non possiamo indugiare. Infine opteremo per uscire sui tiri di O sole mio e non per il tetto della via originale, affrontando lunghezze impegnative per il grado dichiarato su carta. Usciti poco sotto la cima l’ora si è fatta più tarda del previsto, incontriamo i tedeschi che iniziano le doppie e così decidiamo di prepararci anche noi per la discesa per tentare di prendere ancora la funivia per scendere in serata. Purtroppo ben presto ci renderemo conto che lungo la discesa ci sono altre cordate che stanno facendo le doppie, non potendo finire la via entro un’ora decente. E così ancora attese, cordate con le corde incastrate, aiutare gli altri, pensare a noi stessi per evitare di fare la stessa fine, cercare di sgomitare giù per arrivare in tempo, finalmente lo zoccolo e porca miseria incastriamo una corda pure noi. E torna su, e torna giù, tanto gli altri sono ancora qui, sbagliano la doppia per passare la terminale, sono fermi. Dentro la mia testa frulla in modo ossessivo “risalita al Flambeau-recuperare roba al Torino-prendere funivia” che presto diventa “perdere funivia”. Ci caliamo alla sosta più bassa, facciamo scendere gli altri sulle nostre corde, oltre la voragine strapiombante della terminale. Ormai la funivia è persa per certo. Così facciamo scendere anche gli altri due ragazzi che arrivano da sopra nel frattempo. Sistemata attrezzatura e tutto all’attacco, rilegati velocemente in cordata, penso che solo un tipo di nome Killian potrebbe farcela in tempo; inoltre il telefono non mi funziona e così non riesco ad avvertire a casa. A cinque minuti dal Torino inizia pure a grandinarci in testa. Su quanto successo poco dopo è meglio non dire nulla, per non aprire un’inutile polemica. Dico solo che per un attimo mi sono dimenticata di aver appena realizzato un sogno rimasto per anni nel cassetto e di esserne felice, e che il denaro ormai ha davvero corrotto il senso della morale.

Già, mi ci vorrà qualche giorno per realizzare di aver finalmente salito questa via e per ragionare sul fatto che comunque tutto è stato fatto bene e che non tutto il ritardo accumulato sia dipeso da noi. Non so di preciso cosa avrei dovuto fare diversamente, sicuramente uno sbaglio è stato non fidarsi nel superare la terminale tutto a sinistra per poi entrare del Couloir des Aiguillettes e arrivare prima all’attacco. Ma su quanto successo con le cordate guida-cliente non so davvero come avrei dovuto comportarmi, purtroppo per mia indole non sono abituata a rispondere a prepotenza con prepotenza, detesto alzare la voce e odio litigare. Probabilmente pago la mia timidezza e la mia pacatezza. Inutile dire che mi sento sempre più fuori posto in questo mondo dominato ogni giorno di più dal Dio Denaro, ormai anche in montagna. Che poi di per sé a me non importa moltissimo di aver fatto tardi, anche se scendere la mattina dopo ci ha dato qualche imprevisto da risolvere e il ritardo della sera ha fatto preoccupare chi era a casa. Se non avessi nessuno a cui dover rendere conto avrei fatto quasi finta di niente, mi bastava essere lì e poter scalare. Della via cosa dire? Bella, certo, e non banale, in ambiente a dir poco eccezionale. Farla a inizio stagione con l’avvicinamento forse ancora in sci, alla prima finestra di bel tempo, forse era la soluzione ideale, ma ormai è andata così e resta la voglia di tornare a scalare qui, magari su qualche via un po’ meno gettonata. E quindi: allenarsi e migliorare!

Le foto della salita:

*tutte le foto in cui compaio sono opera di Roberto Bottino