Le montagne di casa continuano ad essere il mio terreno di salvezza in questa stagione piena di incertezza. Rivaluto una salita che mi era stata consigliata – lo spigolo Bessone alla Punta Caprera (Severino Bessone, Bruno Daniele, 31 luglio 1956, 600m, D) – e decido di proporla ad un amico. La via, lunga circa seicento metri, percorre un elegante spigolo che si slancia da un ombroso zoccolo allungato, costeggiando il canale nord-ovest del Colletto Caprera. La roccia -ofioliti tipici della zona – è per lo più molto buona, ma levigata e povera di appigli. Fabrizio accetta volentieri di farmi compagnia, è passato tanto tempo dall’ultima volta che ci siamo legati in cordata. Così ci ritroviamo a salire in una Valle Varaita ancora assopita, incamminandoci per il sentiero sul fare del giorno, quando ancora nessuno è in giro. Proseguiamo di buon passo ma senza correre, mantenendo un ritmo che ci permetta di parlare delle tante cose che al telefono ci eravamo ripromessi di affrontare di persona; così l’avvicinamento vola.

Vola fino al torrente. Cosa sarà mai guadare il solito torrente, lo stesso che passai l’anno scorso per andare a salire Vallantetics con Enrico? Due passi e via! Già, due passi e via, il terzo su quella pietra che occhio che è viscida, sporgimi un po’ la bacchetta ed è un attimo, via: sono a mollo. Fino alla vita. Alla faccia del risveglio dei sensi. Schizzo fuori con un urletto e con una mano da parte del socio, quasi come se l’acqua fredda rimbalzasse, ma il danno comunque è fatto. Buongiorno! Ho battuto anche il sedere in qualche altra pietra e – me ne accorgerò più tardi – anche un ginocchio, oltre ad averlo messo ben per storto – e me ne ricorderò nelle settimane a venire. Ho gli scarponi zuppi. Non so per quale assurdo (e stoico) motivo dichiaro immediatamente che continuiamo, tanto mi asciugo. Ma farmi togliere un malocchietto ultimamente no?

Mentre cammino su per la morena al ritmo di un delirante ciaf-ciaf ripenso a tutte le dannate giornate di vento gelido masticate da queste parti anche in pieno agosto e cerco di dimenticare che scaleremo sull’esposizione più infame, cioè nord-ovest. Non ho voglia di vanificare la levataccia alle 3, né il viaggio di Fabrizio per venire in Piemonte. Tuttavia stento a credere che quanto sia successo sia vero, così come è incredulo il socio davanti alla mia volontà di proseguire. Emerge la parte assurdamente ottimista e resiliente che c’è in me, quella che in tanti non vedono o non hanno mai visto – forse perché non sono mai stati in montagna con me, né conoscono i momenti più neri della mia vita privata. Ma oggi rasenta la demenza forse. Tiro dritta convinta, fino all’attacco, che ho ben in mente perché Enrico me lo aveva mostrato un anno fa. Se mi muovo mi asciugo, sì sono sicura che mi asciugo. Quando ci fermiamo per prepararci scopro che le scarpette che avevo appeso fuori dallo zaino e che pensavo di usare come calzatura asciutta son fradice. E umidiccio è pure il piumino che era l’ultima dannata cosa in fondo allo zaino, ma lo metto su comunque sennò poi mangio, prendo freddo allo stomaco, mi vien da vomitare… evitiamo! E’ tutto talmente ridicolo che non riesco nemmeno ad arrabbiarmi, anzi mi fa quasi ridere quanto possa essere esasperatamente sfigata! Capisco subito che il sarebbe da fare tutta in scarponi non sarà un optional, ma le prime sensazioni non son così terribili (nonostante l’alto tasso di placcosità della faccenda), quindi inizio a far finta di niente, sempre convita che asciugherò. E in effetti sarà così, per primi il dudù e i pantaloni – i tessuti tecnici serviranno pur a qualcosa – e pian piano la sensazione di piedi marci inizierà a confondersi con quella di piedi sudati. Arriverà pure il sole e un po’ di immancabile vento, e dopo un po’ di ore sembrerà quasi che nulla sia successo. Nemmeno una bolla ai piedi.

La via è bella, così come la roccia, e la seguiamo con una relazione d’altri tempi, di quegli storici libri telati della collana “Guida dei Monti d’Italia”, più vecchi di noi, e in scarponi tutto ha il suo perché, soprattutto quell’ultimo tiro, riassunto ai tempi come breve passo d’artificiale – un bel VI… Tutto il giorno scaliamo immersi nell’unico suono del silenzio e della quiete della natura, nell’ambiente aspro, selvaggio, isolato. Metri e metri di roccia sotto la punta delle dita. Quasi sarà sembrato d’esser soli, anche se sicuramente laggiù, al Rifugio Vallanta ci sarà stato un frenetico via vai, e quanti pellegrini attorno al Re di Pietra…

Poi la lunga discesa dal silenzio ai campanacci delle mucche, ai guaiti dei cani, alle macchine che sfrecciano giù per la strada, a fianco dei nostri stomaci vuoti e sordi con una mela ancora in zaino, che dai la mangiamo dopo, dopo, dopo… Resta la sensazione di aver fatto bene, nonostante gli imprevisti, nonostante non abbiano reso tutto spensierato e veloce come l’avevo immaginato. Come se ogni volta dovessi confrontarmi con qualcosa di problematico in me, come questa inimicizia verso l’acqua ed i fiumi che mi accompagna da un po’ di anni. Finire a mollo è stato un po’ troppo, ma lo spirito non l’ho perso… e forse è questo ciò che conta di più.