Pochi giorni liberi in un mese, ma tanti sogni da cercare di realizzare: la stagione è quella buona, ma tutto rema contro, nulla coincide, ogni minima cosa diventa estremamente difficile, più del grado di qualsiasi scalata. Non ho voluto parlare pubblicamente dei problemi che ci sono stati “in famiglia” in questo periodo, ma quando si mette di mezzo la salute di qualcuno è ovvio che la situazione si complica, specialmente se si deve ricorrere agli ospedali – peggio ancora in questo contesto in cui qualsiasi cosa che non inizi con la C e finisca con 19, non viene praticamente più considerata. Se la situazione è già complicata per altre ragioni le cose possono diventare davvero stressanti. Talvolta pare che maggiore sia la concretezza che si vuole dare ai propri progetti, maggiori siano anche gli ostacoli che si incontrano; talvolta sembra che la vita ti dica lascia perdere, tu non puoi!

Alla vigilia di un finesettimana che posso condividere con Enrico le previsioni meteo su praticamente tutto l’arco alpino sono nefaste. Fino al venerdì bello e dal lunedì nuovamente bello- sembra una presa in giro. Bisogna sgomberare la mente dalla tristezza, dalla delusione, dalla frustrazione e pensare a come non buttare il prezioso tempo a disposizione. Le Alpi Liguri sembrano regalare uno spiraglio di bel tempo, e c’è una via lì, di cui leggemmo dopo aver percorso il classico spigolo nord-est alla Cima della Saline, di cui abbiamo più volte studiato la relazione in ogni dettaglio. Nelle fugaci serate in falesia, provando nuovi tiri e affrontando nuove difficoltà, ci siamo più volte ritrovati a fantasticarci su, ma sempre dicendo “magari più avanti, quando saremo più allenati”. Un po’ come l’anno in cui abbiamo cominciato ad andare in montagna assieme, quando immaginavamo di fare una salita a settembre e poi la fecimo a giugno. Così ci ritroviamo a dirci: e se provassimo Sette Secondi?

Sette Secondi (ED, 400m, 7b max, 6b+ obbl., RS2+ II) è una via aperta nell’agosto 2017 da Andrea Mantero, Roberto Demartini e Roberto Tavella sulla parete nord-ovest della Cima delle Saline, in alta Valle Ellero. Sette secondi perché, come scrive Mantero, “alla sosta 8 facevo passare il tempo pulendo il terrazzino e lasciando cadere qualche pietra nel vuoto… da zero a sette secondi era il tempo impiegato prima che esplodessero sulle placche basali, sibilando, risucchiate dalla forza di gravità a una velocità impressionante. Noi, invece, molto lentamente, continuavamo in direzione ostinata e contraria, verso l’alto…” La via sale seguendo un sistema di fessure, in più tratti strapiombante, tra lo spigolo nord-est e la via storica Aureli-Mattioli, su un calcare molto aderente e quasi sempre sano, è attrezzata a fix ma una serie di friend fino al 4 BD è molto utile per integrare le protezioni in loco.

Via Sette Secondi, Cima delle Saline (foto: A.Mantero)

Sì, è una cosa grande per noi, non è una via con un tiro duro e via, l’impegno della scalata è costante e sappiamo per certo che saremo messi alla prova, ma con la motivazione alta prepariamo tutto l’occorrente per partire. Fino ad oggi abbiamo dato il meglio di noi sui progetti che temevamo di più, come sempre siamo pronti a metterci una voglia di reagire al brutto della vita smisurata, quasi idiota, umiltà e non troppe aspettative. Partiamo.

Raggiungiamo dapprima il Rifugio Mondovì, di buon passo, ma chiacchierando. Dopo un buon caffé saliamo il canalino delle Masche, alle spalle del rifugio, con me che cerco di scandire un passo accettabile, grondando di sudore. Mentre ci portiamo verso al base della parete, immersi tra il verde e le rocce lunari del vallone carsico, rimugino sull’amarezza di questo ultimo periodo e sulle ultime cattiverie ricevute, parole taglienti: l’augurio di ritornare in fabbrica, di tornare a spezzarmi (letteralmente) la schiena, il tutto col nobile scopo di farmi comprendere meglio “le vere delusioni della vita”. Trasformo in benzina passo dopo passo e arrivo all’attacco davvero carica. Un giorno avrò il mio riscatto, lo avrò. Non ho indugiato con lo sguardo sulla parete, per non lasciarmi impressionare. Chi parte? Parto.

Verso la nostra parete

I primi tiri scorrono ad un buon ritmo e ne siamo soddisfatti. Nella quarta lunghezza incontriamo l’unico passo al momento non liberato e poi ci aspetta il primo tiro di 7a, uno strapiombo descritto come intenso, da integrare con friend. Tocca a me. Mi stupisco di guadagnare velocemente i primi passi, rinvio l’ultimo spit, ormai vedo la sosta vicina…non mi sembra vero! Infatti non lo è, non capisco il passo, mi fermo, studio. Riparto, so di dover piazzare il friend 4 in uscita, mi concentro, mi posiziono con un piede nella fessura e una mano su una piccola tacchetta verticale, acchiappo il friend, chiudo le camme… Si sente un rumore netto: tac! La tacchetta mi esplode in mano, è un attimo, vedo il mondo ruotarmi attorno. Cado a testa in giù. Caspita, ho il capogiro, sono poco sotto l’ultimo spit, ho il fiatone, il friend ancora stretto stretto in mano, mi tremano le gambe. Bello spavento, anche per Enrico. Tuttavia provo a ripartire, ma quando mi vedo cedere anche un appoggino per un piede chiedo al socio se se la sente di darmi il cambio e uscire in sosta. Quando mi cala ci accorgiamo che ho i pantaloni strappati sulla gamba destra, e così anche la pelle. Solo fermandomi per scambiare le corde inizio a sentire un gran bruciore. Ma non è niente, solo un bello spavento, cose che possono capitare, non vogliamo che ciò rovini il nostro entusiasmo. Enrico sale il passaggio in modo totalmente diverso da me e proseguiamo. Il tiro successivo è entusiasmante e ci porta a quello più impegnativo, di 7b. In questa parte di parete iniziamo a trovare delle piastrine degli spit che muovono e proprio sul tiro chiave scopriremo che una si è staccata del tutto, rendendo il passaggio non poco ingaggioso. Qui si rivelerà utile un piccolo extra che nessuno diceva di portare, data l’attrezzatura ottima della via: ovvero un chiodo tradizionale, che Enrico riesce a infiggere dopo aver “incravattato” il tassello con una fettuccia, dietro mio perverso consiglio (leggere può sempre tornare utile!). Poi iniziano le difficoltà vere, ma ritrovarci in sosta al di sopra, assieme, pur dopo tutto il tempo necessario, ci emoziona in un modo indescrivibile. Però abbiamo bisogno di bere e mangiare qualcosa, abbiamo le braccia stanche e la via non è ancora finita: infatti ancora gli ultimi due tiri ci riservano dei passaggi di 7a e 7a+, più tecnici, e tratti più facili ma comunque ancora fisici. L’attesa nell’ultima sosta fa battere forte il cuore; poi un urlo gioioso “molla tutto!”. Capisco che non mi resta che sforzarmi di salire questi ultimi metri, non devo preoccuparmi della testa che mi ha giocato un po’ di scherzi dopo il volo, devo solo salire, devo raggiungere il mio compagno! Allora l’emozione diventa incontenibile, escono le lacrime e ci abbracciamo fortissimo; non ci sembra vero, no per nulla… noi, fuori da questa via, sul serio? Corriamo verso una sosta più alta, lontana dall’abisso della parete, su una comoda cengia erbosa, poco più in su la croce di vetta. E’ fatta, è fatta per davvero…

Il sole ci saluta, quasi come se ci avesse aspettati per andar via, come se sapesse che per scendere la strada la sappiamo e non avremo problemi. Così arriva la pioggia a farci compagnia, e poi nebbie e schiarite, atmosfere da fiaba. La prima domanda che riceveremo in rifugio sarà se l’abbiamo fatta tutta in libera, un po’ come tornare a sbattere il naso nella realtà del quotidiano. Ripenso al passo che nemmeno gente ben più in gamba di noi non ha liberato e mi viene da sorridere. Nessuno può sapere che per noi questa via è stato un grande superamento di noi stessi e che forse è la più impegnativa che abbiamo mai salito insieme. Ci ha emozionati, ci ha fatto credere in noi, ci ha fatto riflettere, ci ha dimostrato come la testa ed il cuore – irrinunciabile – possano essere più forti del corpo da solo, e sostenerlo. Il tutto in una giornata che ha avuto un velo quasi mistico. Indimenticabile.

Felici in cima alla via