Per certo non pensavo di vivere la mia prima volta in Dolomiti a giugno; la mia testa era del tutto proiettata nelle Alpi Occidentali, “le mie”, nell’attesa sempre più snervante che tutti i fattori potessero coincidere e concedermi di portare a casa qualche salita. Ma nulla: la vita ultimamente sembra un dedalo di colpi di sfiga a cui si aggiungono problemi ormai abituali e problemi nuovi, casomai uno si annoiasse. Si vive in sospeso, a malapena si vive. E i giorni passano, impietosi.

Mi ritrovo a trascorrere anche diversi weekend da sola, tra defezioni, rifiuti e silenzi, senza nemmeno una compagnia per allenarsi un po’ in falesia. La delusione si fa sempre più forte. Ci è capitato – e parlo al plurale perchè la cosa non coinvolge me sola – di sentirci dire che no, in falesia con voi no, perchè facciamo tiri troppo “duri”. Ma nemmeno facessimo l’8… La sostanza è che se ti vuoi allenare e migliorare – e lo fai per te stesso, non certo per farti vedere o peggio ancora per mettere a disagio gli altri – finisce che rimani ancora più isolato, come non lo fossi già abbastanza per altri motivi. Come se poi andare con una persona più forte precludesse di fare anche tiri più facili. A parte che io ricordo benissimo le mie prime volte in falesia, vissute grazie ad una persona che sarebbe più forte di me ancora oggi… Mi montava un tiro alla mia portata e io provavo quello, montava per sé un tiro più impegnativo e provava quello. E il problema dove stava? Non c’era. Anzi! C’era solo da imparare e pagherei oggi per vedere in azione qualcuno di più bravo. Così finisce che in falesia riusciamo ad andarci in quella fugace manciata di ore serali, dopo che Enrico finisce di lavorare e solo nei pochi giorni in cui può condividere il suo tempo con me. In questi brevi intervalli di preziosissimo tempo lottiamo al massimo per superare noi stessi, come mai negli anni passati. Purtroppo il tempo è davvero poco, troppo poco, ma almeno viene condiviso con una persona che comprende e condivide i tuoi obbiettivi e ci si sprona a vicenda per andare avanti nonostante tutte le avversità.

Sopraggiunge l’ennesimo weekend da sola. Già da inizio settimana scrivo a destra e a manca nella speranza di combinare qualcosa, ma nulla, nulla… Il motivo per cui in questo periodo rifiuto di fare vie facili e/o corte – uniche cose per cui ricevo qualche proposta – non è arroganza o disprezzo. E’ che mi devo concentrare su alcuni obbiettivi, voglio concentrare le mie energie su di essi e siccome il tempo già è poco vorrei sfruttarlo in modo utile. Così magari passi anche per l’antipatico. Di sabato o domenica nessuno vuole più far falesia e quindi ciao, attaccati al treno… All’improvviso una proposta: e se ti unissi a noi in Dolomiti? Inizialmente sono così stupita che quasi ho paura di venir presa in giro. Anche perché ormai non mi fido più praticamente di nessuno. A volte le delusioni ti imbruttiscono.

Fatto sta che alla fine organizziamo davvero e mi preparo per raggiungere Mariana a Verona il venerdì sera. Sono al settimo cielo all’idea di avere una compagna di cordata! Per la prima volta spero di poter instaurare con una ragazza un’amicizia accomunata da una forte passione. Ci metteremo in viaggio in furgone la mattina seguente, in direzione Belluno, per raggiungere dapprima il paese di Agordo e poi risalire fino al Passo Duran, ai piedi della Moiazza. Così inizio a far conoscenza dei vari massicci delle Dolomiti – alcuni di cui conoscevo ben il nome e altri sconosciuti – trovandoli dapprima su una bella cartina illustrata, poi seguendo con curiosità le indicazioni dell’amica durante il viaggio. Mi emozionerò scoprendo di lontano le forme della sud della Marmolada, osservando l’immensa parete nord del Civetta da Caprile, scoprendo il profilo dello spigolo nord dell’Agner, dove si snoda la via di roccia più lunga di tutte le Dolomiti. Nomi famosi di vie e di alpinisti trovano ora una collocazione visiva. E sogno di poter essere all’altezza di qualcuno di questi itinerari un giorno….

Al momento attuale ciò che resta delle copiose nevicate della scorsa stagione limita la scelta delle pareti e delle vie, così passeremo i primi due giorni in Moiazza, su pareti accarezzate dal sole. La prima via che percorreremo sarà un’introduzione dolce all’ambiente dolomitico (Spigolo Soraru, Pala del Belia, 440m, D+; via aperta nel 1957 da Enzo Sorarù, Michel Amoudruz e Silvano Peloso) e ne uscirò serena, con una buona impressione, pur iniziando ad intuire che qui non vige la stessa idea di proteggibilità dei tiri a cui sono abituata. Ma non ho ancora visto nulla: la via non è difficile, è logica da trovare e la roccia è di buona qualità, infine la discesa non è complessa.

Dopo la notte passata quieta in una piazzola lungo la strada, l’indomani mattina ci ritroviamo a Passo Duran con un amico e compagno di cordata di Mariana – Luca. Oggi siamo diretti ad un’altra parete in zona, lo Scalet delle Masenade. Per raggiungere l’attacco superiamo il rifugio Carestiato, da cui ieri ci eravamo allontanate poco prima di giungervi, e proseguiamo alle sua spalle fino a costeggiare la parete. L’obbiettivo di oggi è la via Tempi Moderni, che porta lo stesso nome della famosissima Moderne Zeiten in Marmolada (Heinz Mariacher e Luisa Iovane, 1982). Anche la nostra via è del 1982, ad opera di Soro Dorotei e Andrea Arban. (400m, TD, VI e VII). Oggi la musica già inizia a cambiare: la prima parte della via è di difficile individuazione, si svolge in un mare di placche in cui bisogna essere attenti a cogliere i pochi ma fondamentali punti di riferimento, è scarsamente attrezzata e difficilmente proteggibile. Dopo i primi tiri si giunge ad una grande cengia erbosa che taglia a metà la parete: da qui iniziano i tiri di VI, sui quali Mariana procede sicura da capocordata. Il tiro con la sezione di VII, che dovrebbe – ed è – essere chiodata, riserva una sorpresa: per arrivare infatti al tetto e ai chiodi, bisogna fare alcuni metri delicati, non banali… ma soprattutto non proteggibili! Cadere qui significherebbe volare sui compagni, magari farsi male e far male a loro, appesi agli unici due chiodi possibili per quella sosta. Primo spavento dolomitico per me! Arrivati sul facile il problema principale, almeno per me che non sono abituata a questo ambiente, diventa l’orientamento. In breve siamo in cima. Mentre qualche tuono rimbomba in lontananza, rimango piuttosto silenziosa, piena di pensieri, mi sento un po’ a disagio. In discesa percorriamo una traccia sospesa tra la parete sottostante e la montagna che si sviluppa al di sopra, in un ambiente suggestivo vigorosamente scolpito dall’azione dell’acqua, che scava colatoi (in cui corrono anche alcune vie, come la Decima) e veri e propri catini di roccia bianchissima che l’acqua riempie o prosciuga a seconda del periodo. Cerco di parlare poco ed ascoltare tanto, e mi pare di capire che la via di oggi non sia reputata banale; sicuramente a me non ha fatto una simile impressione, anzi! Mi ha suscitato molto rispetto.

Salutato Luca ad Agordo, ci rimettiamo in viaggio e cambiamo zona. Dopo due giorni di scalata no stop non ce la sentiamo di ingaggiarci su qualcosa di molto lungo e magari anche abbastanza impegnativo; senza la preoccupazione di un vione per l’indomani, forse riuscirò a trovare un sonno più sereno, cervicale permettendo. Così raggiungiamo il Passo Sella. Qui, proprio al di sopra della strada sorge una parete imponente: si tratta del Piz Ciavazes, percorso da numerose vie molto apprezzate a inizio stagione. In fronte ammiro la mole del Sass Pordoi, ai cui piedi ci fermiamo per la notte che, tra una cosa e l’altra, incombe. Qui tutto mi sembra più grande: la maggior parte della pareti è alta il doppio delle più importanti delle nostre. Ripenso per un attimo al nostro Corno Stella e non riesco a fare un paragone. Nella mia zona le vie di 400 metri sono già delle signore vie e quelle più lunghe sono spesso da ricercare, ce ne sono, ma di certo non sono abbondanti. Se pensiamo a sviluppi di 800 metri le vie si contano sulle dita di una mano. Qui invece una via di 400 metri è tutto sommato corta. Mi sa che tornerò a casa con un bel allenamento e con occhi diversi.

La maggior parte delle vie sul Piz Ciavazes ne raggiunge la cengia mediana, detta Cengia dei Camosci, dalla quale si intraprende la discesa a piedi. Le continuazioni sono raramente percorse e sovente in roccia cattiva. Il nostro ultimo obbiettivo è il Diedro Buhl (250m, TD, VI, aperta da Hermann Buhl e Walter Streng, 1949), e per raggiungerlo percorreremo parte della via Micheluzzi (400m, TD, VI, aperta da Luigi Micheluzzi ed Ettore Castiglioni,1935). Un’altra opzione sarebbe stata percorrere integralmente la Micheluzzi, ma l’ultima parte era visibilmenta bagnata. Con qualche passo bagnato dovremo confrontarci comunque, e mi prenderò un secondo spavento dolomitico fregandomi con le mie stesse mani… cioè sbagliando un tiro facile! E avendolo sbagliato, con capendo quale diedro prendere, mi ritrovo su un passo duro e aleatorio che supero strizzando una tacca col terrore nelle dita, per poi trovarmi davanti un chiodo… ma comunque sbagliato, dal quale dovrò calarmi. Bella figuraccia e bella perdita di tempo! Adesso capisco ‘sta storia che è facile perdersi… Così passa davanti Mariana. Poco dopo scoprirò che qui la roccia gialla è del tutto diversa, molto tenera e… viscida e unta! Il tiro di VI in traverso non è affatto banale nemmeno da secondi… ma non devo lamentarmi, perché oggi già abbiamo un grande vantaggio psicologico: le soste sono a spit! Raggiunto il grande diedro ci aspettano dei tiri molto fisici, ma perlomeno un po’ più protetti e proteggibili. A questo punto, dopo tre giorni di vie e di sole, i piedi mi esplodono nelle scarpette. Entrambe iniziamo a desiderare di uscire dalla via in breve. Il diedro Buhl mi lascerà l’impressione di un Diedro Calcagno in Castello… in versione a dir poco più “arrabbiata”!

Per la prima volta mi sono sentita un po’ di impaccio in una via, non per insufficienza di forza o tecnica, ma per esser lenta a capire dove andare e titubante quando non potevo proteggermi. Sicuramente venire a scalare qui è stato un bene, perché uscire dalla propria confort zone è sempre un bene secondo me. Perché c’è sempre da capire, da imparare… sull’ambiente e su se stessi. E forse proprio quando si incontrano dei problemi si ha materiale su cui ragionare e su cui lavorare. Poi forse servirebbe fare l’abitudine a questi posti, alla roccia, a quanto la scalata richieda. Forse non bisogna prenderla troppo a male. Per certo una fessura di granito mi infonde più serenità, ma devo pensare che è una mia attitudine, una mia abitudine, non è universale. Più si aspira alla completezza più la strada è in salita – ma in fondo è una mia scelta, no? Sbattere il naso fa parte di questo. Alla fine anche il discorso della falesia si ricollega in questo… Non si può sperare di migliorare facendo sempre la stessa cosa, sempre lo stesso grado… Certo, provare a migliorare non dà gratificazioni immediate, si raccolgono decine, centinaia di fallimenti, ci si sente in difficoltà, ci si sente deboli, richiede anche dei sacrifici e un po’ ti isola, forse è inevitabile. Perché l’atteggiamento che ho incontrato maggiormente in questi anni è “voglio fare” senza “passaggi intermedi”, senza sacrifici. Voglio fare e basta. Voglio fare a tutti i costi. Quando ero bambina mi dicevano che l’erba voglio non c’era nemmeno nel giardino nel re, probabilmente lo dicevano solo a me perchè eravamo poveri, per non farmi venire strane idee. Tuttavia non ho smesso di voler raggiungere obbiettivi, non mi sono fatta influenzare dal brodo in cui sono cresciuta, ma sicuramente ho sviluppato un approccio per provarci -che sarà da pirla o da sfigati, fate voi – ma che è lento, graduale e paziente. Non so se mi darà ragione nel tempo, ma intanto ci provo, al passo che posso permettermi di fare, e per un’esperienza come questa appena vissuta, non posso che provare tanta gratitudine.

Sulla Cengia dei Camosci, a fine via